COME È NATA LA NOSTRA “CHIESETTA”

Rileggendo i documenti dell’epoca, abbiamo provato a ricostruire le motivazioni e i passaggi che hanno condotto, negli anni ‘60, alla decisione di costruire una chiesa nel nostro quartiere.

Ne avevamo già parlato nel numero speciale del nostro giornale, uscito nell’ottobre 2006  in occasione del 40° anniversario della costruzione dell’edificio.

Ne riportiamo qui solo brevi cenni.

In un documento autografo conservato nell’Archivio parrocchiale della MdP, il parroco della Crocetta, Mons. Baldassarre Schierano, spiega i motivi che condussero alla necessità di costruire nel nostro quartiere una succursale della parrocchia, per colmare una carenza che si era andata aggravando nel tempo.

Questo territorio, lontano dalla Crocetta, era indubbiamente una regione mal servita sotto il profilo religioso, con uno scarso senso di appartenenza parrocchiale.

Il problema si era presentato a Mons. Baldassarre fin dalla suo approdare alla Crocetta, nel 1941, ma, sotto la pressione di gravi circostanze – i danneggiamenti della guerra e la faticosa ricostruzione che lo assorbirono completamente – la decisione di costruire una nuova chiesa per rispondere alle esigenze pastorali del nostro quartiere fu necessariamente archiviata. Il problema tornò a presentarsi alla fine degli anni ’50, come scrive mons. Baldassarre nel periodico “Tra noi della Crocetta” dell’ottobre 1966, rievocando quei tempi:

C’erano tante piccole officine, fabbrichette che occupavano l’area; i pochi abitanti si di­sperdevano chi verso la Crocetta, chi verso S. Secondo e le chiese del centro. Ma improvvisamente una massa ininterrotta di palazzi imponenti si allineò  su corso Turati colla rapidità, consentita dai moderni mezzi di costru­zione; non è improbabile che altre aree presto si rendano disponibili e che la popolazione si moltiplichi ancora in modo considerevole: dove van­no e dove andrebbero per i loro doveri religiosi?

Con un lavoro lungo e paziente, il parroco cercò di avvicinare alla parrocchia i nuovi abitanti:

Possiamo dire con soddisfazione che molti risposero al nostro invito e siamo diventati amici; ma ci vollero anni che non tolsero né diminuirono le distanze e le difficoltà degli attraversamenti diventati anzi più pericolosi; a questi dobbiamo contrapporre un certo numero di parrocchiani che l’invito non raccolse e continuò a vivacchiare una fede religiosa anemica, non sostenuta da un centro di irradiazione che la sorreggesse e potenziasse. Ricordo le proteste e le richieste di una brava insegnante che aveva comprato l’alloggio in corso Turati senza porre mente alla mancanza di una chiesa comoda:

“Costruitene una anche modesta che porti Dio in mezzo a noi!”

La chiesa della Crocetta

Si rendeva necessaria una succursale per il forte accrescimento della popolazione, ma dove trovare un sito adatto? L’unico terreno che si era reso disponibile era un modesto appezzamento stretto tra le case: un deposito di carbone abbandonato in via S. Secondo 90. Continua mons. Schierano:

“Va bene – disse il direttore dì «Torino Chiese», mons. Michele Enriore, in una fredda e piovosa giornata di novembre 1960, mentre sbirciavamo di traverso per le fessure del cancello – Va bene, lo compreremo, perchè non c’è altro”.

Infatti nella zona non c’era possibilità di scelta – si giustifica Mons. Baldassarre – attorno tutti i terreni erano costruiti o accaparrati; da anni anche mons. Enriore si preoccupava per questa zona che sarebbe rimasta senza assistenza religiosa. Senza perder tempo decidemmo per quel terreno, che certo era un po’ sacrificato come ampiezza di chiesa, ma si trattava di una chiesa sussidiaria e si poteva ritenere sufficiente;  ma una volta immessi nell’impresa ci furono noie per me e per lui: quanta pazienza e quanta impazienza!

Infatti l’acquisizione del tratto intero di terreno necessario all’edificazione di una chiesa in quest’area è stata molto travagliata. Sorsero subito ostacoli: problemi con i confinanti e antiche servitù di passaggio. Finalmente, nel 1962, si completò la metratura prescritta, acquisendo l’ultima area necessaria. Sui Bollettini Tra noi della Crocetta, mons. Baldassarre aggiornava di volta in volta la comunità sui problemi da affrontare e risolvere, anche a causa del grosso sforzo economico cui fare fronte. Scriveva nel maggio 1962:

Ci sono ancora incerti che scuotono la testa, insofferenti di indugi e ci domandano: “Quanto durerà l’incubazione? È un uovo di gallina o … un uovo di marmo?”. L’Opera Torino Chiese fino ad un certo punto è disposta a farci credito e ad anticiparci parte della spesa, ma il problema della chiesa non si risolve con quattro chiacchiere e alcuni scarabocchi. Quando sarà fatta, ci sarà. I disegni, i progetti procedono lentamente, ma senza arresti…

Dai documenti parrocchiali risulta che i lavori cominciano a svilupparsi effettivamente nel 1962 con l’elaborazione del progetto. La licenza edilizia fu rilasciata il 16/03/1964. La costruzione iniziò il 28/01/1965 e venne ultimata nel dicembre 1966. Progettista e direttore dei lavori era l’architetto don Giuseppe Strina. Un tempo decisamente breve, se si considera che si tratta di un progetto piuttosto articolato. Nell’aprile 1965 scriveva mons, Baldassarre:

L’8 maggio celebreremo la Festività della Madonna sotto il titolo che ha ispi­rato l’erezione della nuova chiesa succursale. In via S. Secondo 90 fervono i lavori. Per quest’anno la festa sarà ancora tutta alla Crocetta… a Dio piacendo, vorremmo trasportarla l’anno venturo alla chiesa titolare della Madonna di Pompei.

E nell’ottobre seguente… Riportiamo integralmente l’articolo di mons. Baldassarre che, con l’arguzia che lo contraddistingueva, relaziona sugli ultimi sviluppi:

SIAMO AL TETTO…

Per dire la verità, non al tetto del mondo: quel signore sbarbato ed ele­gante che vi guarda con compiacenza è l’intelligente e simpatico assistente dei lavori che si gode la vista ed anche un po’ l’ammirazione nostra dal colmo della Chiesa di Via S. Secondo, 90, che ha faticato a nascere, ma è cresciuta al ritmo dei biscotti al plasmon. Ricordo i mesi dello scorso inverno; la gente passava, cacciava gli occhi fra le fessure dello steccato, guardava la gru che dominava sovrana. Ma muri non si vedevano: che vogliano scavare un cunicolo per le talpe?

Gli inizi furono duri con scavi e sot­tomurazioni; se non sono salde le basi, il castello vacilla… poi si levarono pila­stri, si distesero travi, si costruì una selva di ponti metallici. La fotografia che pubblichiamo è di un mese fa; sot­to il tetto la chiesa è ormai tutta disar­mata e dà l’idea del vano che sarà. Non una basilica ma una buona succursale della Crocetta per i grandiosi alveari che sorsero nella zona ed avranno nella chiesa dedicata alla Madonna di Pom­pei un comodo ritrovo per soddisfare ai doveri della loro pietà cristiana.

Ogni chiesa ben funzionata è come una fortezza di Dio: di là s’irradia la verità e la fede; là convengono le ani­me per confortarsi alle speranze dell’al­tra vita.

Non vi prometto ricchezze d’orna­menti o ricercatezze di stile; sarà una chiesa di linee sobrie e moderne senza arzigogoli d’eccentricità: pulita e co­moda dove i fedeli si troveranno bene.

Il sacerdote che la reggerà non re­sterà con le mani in mano, ma si spenderà con zelo alle richieste ed ai biso­gni dei fedeli. Nel volgere del tempo si potranno aggiungere abbellimenti che la rendano sempre più accogliente: per ora studio numeri e combinazioni per portarla a termine.

Ho fiducia nella Provvidenza e nella bontà dei miei Parrocchiani; la chiesa sarà una gloria vostra perchè voi mi avete dato e mi darete modo di eri­gerla.

Con modestia, senza pretese di acco­stamenti, oso ripetere le parole del Santo Cottolengo: “Sono l’umile ma­novale della Provvidenza”.

Ad un manovale non si chiedono qua­lità eccelse: mani incallite sugli attrezzi, spalle possibilmente resistenti e voglia di fare. Per parte mia non mi sono risparmiato e non cederò che ad opera finita. Ringrazio di cuore i benefattori insigni ed umili che mi hanno coadiu­vato finora; ma non possiamo ancora sciogliere la… società. Io sarò il mano­vale, voi la Provvidenza come stru­menti della sua generosità. Prendiamo ognuno il nostro posto e cerchiamo di arrivare alla tappa definitiva. Strada da fare ce n’è ancora assai; ma sarà alle­gra se la faremo assieme.

M. B. S.
(Mons. Baldassarre Schierano, n.d.r) 

                                                                           

ottobre 1966

Finalmente, dopo cinque anni di discussioni e di lavoro, in un alternarsi di speran­ze e di incertezze, la chiesa della Madonna di Pompei sta  per es­sere varata; terminata non sola­mente nella struttura, ma nei particolari.

Ecco come si presentava la facciata della Madonna di Pompei all’epoca della costruzione.

Scrive mons. Baldassarre:

Chi entra a reggere la chiesa non deve rompersi la testa in preventivi e calcoli a scadenza più o meno lontana; la Chiesa è terminata con una spesa rispettabile che abbiamo raccolto e messo assieme: ab­biamo dato ognuno quel che si poteva; sono lieto di giungere al termine colle tasche che per un po’ potrebbero andare in pensione; è bello e confortevole dare tutto per un’idea, un servizio che si rende a Dio; si può allora essere veramente felici anche se si è lasciata dietro anche la camicia.

Devo farvi ancora una confidenza: non ho ricevuto una lira da un ente pubblico; ce la siamo cavata da noi, raggiungendo un vertice che in par­tenza pareva un’utopia; disponevo sì e no di due milioni; la sola area di costruzione costò quarantasei mílioni e mezzo. Ad uno ad uno scalammo gli ostacoli e domenica 23 ottobre alle ore 17 S. E. Mons Michele Pellegrino, amato nostro Arcivescovo, sarà con noi per consacrare la nuova Chiesa. Lodiamo Dio e la Vergine di Pompei!  Se siamo riusciti nel nostro in­tento lo dobbiamo principalmente a Loro! Ma lasciate che dica un grazie ai miei carissimi parrocchiani, che mi affiancarono e mi sostennero, regalandomi per il venticinquesimo di parrocchia questa chiesa nuo­va ch’era stato l’assillo e il programma intravisto fin ai primi giorni di permanenza alla Crocetta. La nuova chiesa non è parrocchiale e il territorio continua a dipen­dere dalla Crocetta. E’ una chiesa succursale, dislo­cata in zona distante dalla chiesa parrocchiale per una migliore assistenza e una maggiore comodità dei fedeli.     

Non poteva immaginare, mons. Baldassarre, che la nostra chiesetta (così era chiamata affettuosamente nel quartiere) sarebbe diventata qualcosa di più di una semplice “succursale” della Crocetta: il catechismo e l’oratorio per i ragazzi, ad esempio, si attivarono immediatamente. L’edificio non era stato pensato per essere parrocchia (mancavano le strutture e soprattutto gli spazi), ma lo divenne, nonostante tutto, appena due anni dopo, sotto la spinta degli abitanti del quartiere: il 6 ottobre 1968 la chiesa Madonna di Pompei diventava parrocchia.

L’interno originario della chiesa

Riportiamo alcune considerazioni, tratte dall’Editoriale di don Geppe sul numero speciale del Bollettino dell’ottobre 2006 per i 40° di costruzione della chiesa, dall’Editoriale di don Ezio dell’ottobre 1998, in occasione del trentennale di parrocchia, e dall’Editoriale di don Dalmazzo dell’ottobre 1973, dopo 5 anni di vita della MdP. 

E’ un segno che una chiesa sia sorta proprio al posto di combustibile per scaldare? Una  chiesa, luogo caldo e accogliente, perché segno della vicinanza di Dio; una chiesa che dovrebbe essere luogo dell’incontro con colui le cui parole fanno «ardere il cuore», come dicono i discepoli di Emmaus dopo l’incontro con il Signore risorto.

“Lo è stato, lo è oggi la nostra parrocchia un luogo caldo e accogliente?” si domanda e ci domanda l’attuale parroco, don Geppe Coha. Se la risposta è affermativa, la MdP lo è certo non per virtù dei materiali con cui è stata costruita, ma per le persone che in questi anni l’hanno resa viva e calda.

Non grande per il numero di abitanti e angusta per le strutture di accoglienza, le vogliamo bene per quello che ha raccolto in quarant’anni della nostra storia.

Storia di persone – sacerdoti e laici – che, avvicendandosi, hanno dato tempo, intelligenza, cuore, per vivere e trasmettere la fede.

Tante buone persone che hanno collaborato e collaborano con una spontaneità che fa apparire insignificante il loro impegno, che è invece tanto prezioso. Scrive don Dalmazzo Schierano:Non c’è bisogno di ringraziarle, perché vale assai più la benevolenza che si attirano dal Signore”.

Persone che, su vari versanti, hanno reso questa chiesa, costruita tra le case, una presenza speciale tra le gioie e i dolori, le fatiche e le speranze degli uomini che proprio in queste case  vivono, amano, lavorano e che qui hanno trovato aiuto delle difficoltà, conforto nella prova, consiglio nella crescita…

È questa la vocazione della chiesa: è chiamata a condividere la vita quotidiana, a inserirsi nel contesto vitale con semplicità, ma capace anche di annunciare la sua diversità.

In questi quarant’anni è cambiata parecchio la nostra parrocchia, grazie all’impegno e all’amore di don Dalmazzo Schierano prima, di don Ezio Stermieri poi, ed ora di don Geppe Coha. È segno di vivacità, di vita. È importante che in questa continua evoluzione ci sentiamo un po’ tutti impegnati: le famiglie, i bambini, i giovani, gli anziani, i malati, tutte quelle realtà che, grazie alla nostra chiesa, sono cresciute nella fede e nella carità. Esse ci dicono che la Madonna di Pompei è l’immagine di tutti noi, non solo per quello che già siamo, ma per quello che vorremmo essere.

“Continuiamo a camminare insieme, conclude don Geppe, non per cambiare l’involucro senza cambiare noi stessi, ma proprio perché, cambiando noi per essere sempre più fedeli al Vangelo, la nostra parrocchia ci accompagni.”

E allora ripercorriamoli insieme, questi quarant’anni della MdP, scorrendo le tappe della sua evoluzione che hanno guidato la nostra vita e la vita della comunità.   

Gli attuali confini parrocchiali, come da decreto del Card. Ballestrero del 1988